L’uomo è nato nomade, cacciatore e raccoglitore, poi è divenuto stanziale con l’agricoltura e l’addomesticamento degli animali. L’alternativa nomade è sopravvissuta in particolare fra i pastori e non è un caso che in greco “nomos” significhi “pascolo”.
Nomadi e stanziali sono stati per millenni due universi complementari, diventando sempre più conflittuali con l’espandersi dell’agricoltura e il diffondersi del modello urbano. Da una parte la “civitas”, dall’altra i senza fissa dimora, considerati barbari e guardati sempre con diffidenza. Oggi gli “uomini delle tende”, come li chiama la Bibbia, sono ormai residuali, in bilico fra emarginazione e assorbimento, sconfitti da un mondo sedentario che si annette sempre nuovi spazi e traccia confini sempre più invalicabili per persone e animali.
Più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, mentre solo un secolo fa il 90% abitava le campagne. A differenza di quanto Chatwin sosteneva ne “Le vie dei canti”, la storia sembra confermarne che l’uomo tende alla stanzialità e che al vuoto dei grandi spazi preferisce la concentrazione delle città. Chatwin in fondo era un viaggiatore inquieto che proiettava problematiche esistenziali occidentali su un mondo altro. O forse più che inquieto potremmo dire sradicato. Perché l’opposizione non sembra più essere fra nomadismo e stanzialità, ma fra radicamento e sradicamento.
Agricoltori e pastori erano entrambi dipendenti dai ritmi della terra e da una struttura familiare, mentre l’uomo contemporaneo si è emancipato da questi legami. La produzione dei beni è sempre più disgiunta dalla terra, i rapporti affettivi sono sempre meno stabili e, non ultima, la rivoluzione digitale ha cancellato le distanze, esaudendo il sogno dell’essere ubiqui. Siamo dovunque, quindi non siamo più in nessun luogo, o meglio non apparteniamo più a nessun luogo. Grazie al PC, o semplicemente a un telefonino, siamo liberi di stare e di andare, portando sempre con noi la nostra casa virtuale. Forse, in realtà, non ci muoviamo, siamo prigionieri di una casa diventata un nonluogo, proprio perché potrebbe essere ovunque. Il nostro non è l’andare romantico del vagabondo e non assomiglia neppure al nomadismo tradizionale. Il nomade si muove con le sue tende secondo precisi riferimenti spazio-temporali lungo percorsi stagionali disegnati sui bisogni delle mandrie; la sua forza sono i solidi legami familiari e relazionali uniti alla profonda conoscenza di una terra spesso ostile e assetata. Per il nomade libertà significa una lunga fedeltà alle tradizioni e ai luoghi.
Noi ci muoviamo senza più vincoli, ormai incapaci di sopravvivere al contatto diretto con la natura se privati della protezione di case e auto, della mediazione del GPS e della sicurezza del telefono. Il nostro è una sorta di neonomadismo che si muove lungo le moderne carovaniere del mondo digitale e globalizzato. Ci siamo emancipati dalla terra e dalla famiglia come sola possibile scelta di vita, ma la nuova libertà di cui possiamo godere ci ha lasciato una nostalgia profonda per qualcosa che abbiamo perduto e che forse è ciò che andiamo cercando nei grandi spazi dei deserti africani o delle steppe centroasiatiche.
Lì gli ultimi nomadi tengono vivi gli antichi legami. La loro è una vita precaria, soggetta alla violenza della natura, fatta di equilibri fragili e sempre più difficili. Ma ci attraggono per la loro semplicità, le loro doti straordinarie affinate nelle generazioni per sopravvivere ad ambienti estremi, il loro muoversi leggeri senza modificare il paesaggio, i ritmi di lavoro che sono gli stessi della vita, lo scorrere lento del tempo scandito dall’avvicendarsi del giorno con la notte, dell’estate con l’inverno.
Probabilmente non sono uomini liberi e felici come una certa letteratura romanticizzante li ha descritti. Sono degli splendidi perdenti, ma capaci di risvegliare in noi il ricordo nostalgico e addormentato nei nostri geni di quando la terra non ci era estranea. Lo stesso ricordo che fa scrivere a Massimo Zamboni, mentre percorre le grandi solitudini della steppa mongola: “Non mi fido di quelle inquietudini che non piantano alberi o allevano animali”.
A.M.
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